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Gen
08

Giorgio Boris Giuliano

Giorgio Boris Giuliano (Piazza Armerina, 1930 – Palermo, 21 luglio 1979) fu un investigatore della Polizia di Stato e capo della Squadra Mobile di Palermo.

Diresse le indagini con metodi innovativi e determinazione, facendo parte di una cerchia nei fatti isolata di funzionari dello Stato che, a partire dalla fine degli anni settanta, iniziarono un’autentica lotta contro la mafia dopo che, nella deludente stagione degli anni sessanta, troppi processi erano falliti per mancanza di prove.

Venne ucciso dal mafioso Leoluca Bagarella, che gli sparò sette colpi di pistola alle spalle.

Le indagini sulla scomparsa di De Mauro

Brillante e determinato investigatore, Giuliano fu nominato capo della Squadra Mobile di Palermo al posto di Bruno Contrada, discusso funzionario poi accusato di collusione con la mafia. Delle molte vicende delle quali si è occupato, quella intorno alla quale si imperniano tutti gli interrogativi sui motivi della sua uccisione è certamente la misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro.

Improvvisamente, infatti, nel 1970 il De Mauro scomparve nel nulla, e del caso furono interessati gli alti comandi palermitani ed i migliori investigatori della Polizia (Boris Giuliano) e dei Carabinieri (Carlo Alberto Dalla Chiesa). Giuliano interpretò l’indagine con molta partecipazione, ben deciso a portarla sino in fondo, incontrando sul suo cammino molti e diversi percorsi, tanti articolati scenari e numerosi possibili moventi.

De Mauro aveva avuto un passato alquanto animato e viveva un presente non meno vispo: repubblichino in gioventù, aderì alla X Mas e restò in ottimi rapporti col suo comandante, Junio Valerio Borghese; dopo essere stato giornalista presso la testata dell’Eni, “Il Giorno”, si interessò degli interventi di Enrico Mattei nella politica siciliana (con quella che è nota come “Operazione Milazzo”) e, dopo essere stato assunto al quotidiano “L’Ora” (si è detto, per interessamento di Mattei) iniziò un’attività di cronista investigativo sulla mafia, quantunque slegata dalla linea editoriale e perciò per suo conto. Scomparve dopo aver promesso al regista Francesco Rosi, che stava realizzando un film sulla vita di Mattei, notizie importanti, tali da potergli far guadagnare, aveva detto alla figlia, una “laurea in giornalismo”.

Interessandosi all’Operazione Milazzo, De Mauro aveva sottolineato che l’intervento di Mattei aveva insediato un governo regionale che, alla prima occasione, con una legge speciale favorì in modo smaccato i potentissimi esattori Nino ed Ignazio Salvo, considerati vicini alla mafia che, sempre più certamente, si occupò poi di eliminare lo stesso Mattei. Forse De Mauro aveva documenti su questo coinvolgimento, quando promise a Rosi. O forse aveva indagato in altre direzioni, ad esempio sui traffici di droga o sulle connessioni fra la mafia ed il potere. Dulcis in fundo, De Mauro era scomparso, con una singolare coincidenza temporale, nel momento in cui il suo vecchio Comandante Borghese, in onore del quale aveva chiamato una figlia Junia e col quale comunque era rimasto in contatto, andava allestendo il noto tentativo di colpo di stato, il famoso “golpe dei forestali”.

Mentre i Carabinieri si indirizzavano su piste legate al traffico di droga, sul quale De Mauro poteva effettivamente aver avuto, ma soprattutto “cercato” informazioni, Giuliano, insieme ai magistrati, approfondì la pista dell’attentato a Mattei e finì con l’indagare l’ambiguo avvocato Vito Guarrasi, uno strano individuo che aveva preso parte in un ruolo mai chiarito anche all’armistizio di Cassibile. Il Guarrasi, che in vita sua fu indiziato di molte cose, ma mai nulla più che indiziato, pur non volendolo, diede a Giuliano ulteriori spunti che l’accorto investigatore avrebbe approfondito in seguito per altre indagini.

Le indagini sulla droga

Giuliano ebbe infatti ad occuparsi di droga, parallelamente a Dalla Chiesa, sebbene non in relazione al caso De Mauro, ed arrivò a scoprire il nascondiglio (vuoto) del latitante Leoluca Bagarella, in via Pecori Giraldi a Palermo, nel quale si trovava un ingente quantitativo di stupefacenti. Cercando di inseguirlo attraverso i flussi di denaro collegati al traffico, si imbatté in un libretto al portatore contenente qualche centinaio di milioni di lire, che apparteneva a Michele Sindona, il quale sotto falsa identità si trovava in quel periodo in Sicilia avendo inscenato un falso rapimento.

Dopo essersi incontrato con Giorgio Ambrosoli, che stava per liquidare la banca di Sindona (e che fu anch’egli poi ucciso, solo una decina di giorni prima di lui), pare che Giuliano abbia cercato di organizzare un’apposita indagine sul banchiere.

L’assassinio

Nel 1979, Giuliano aveva dunque esperito indagini sulla mafia, sul traffico mafioso degli stupefacenti, sui rapporti fra mafia e politica, sul caso Mattei, sul caso De Mauro, su Sindona ed il suo falso rapimento, e forse ancora su altre vicende che a queste dovevano collegarsi.

Il 21 luglio, mentre prendeva il caffè al bar, Leoluca Bagarella gli sparò sette colpi di pistola alle spalle.

Probabilmente dalla maggioranza degli osservatori, è stato posto in relazione l’assassinio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, ucciso a Monreale pochi mesi dopo, alle indagini che stava svolgendo in ordine all’attentato di cui era stato vittima Giuliano. Ciò, va detto, contrasta con alcune risultanze processuali, o perlomeno con talune asserzioni incidentalmente considerate attendibili in procedimenti di altra materia, per le quali si vorrebbe che entrambi siano stati uccisi per aver indagato su alcuni piccoli esponenti della mafia rurale. Secondo la versione giudizialmente accreditata – par di desumere – nonostante Giuliano si sia occupato di alcuni fra i misteri più intricati e gravi della storia repubblicana, sarebbe morto per il fastidio arrecato ai piccoli capizona di Altofonte, paesino dei dintorni di Monreale.

Secondo molti osservatori, con Giuliano si spense un grande talento investigativo, un onesto funzionario di polizia che nel suo ruolo fu una grande personalità delle istituzioni, il cui ricordo, come accade anche per altri suoi colleghi di analogo destino, non è adeguatamente onorato, ed anzi particolarmente lasciato all’oblio. Gli interrogativi sul reale movente del suo assassinio restano tuttora aperti, non considerandosi in genere altro che una coincidenza la sua perpetrazione ad opera di un mafioso da lui indagato. Né vi sono verità giudiziarie capaci di stabilirne senza alimentare dubbi.

Pare assai probabile che Giuliano stesse per scoprire qualcosa di importante, ed è forse in quella scoperta ormai perduta che cadde per servizio.

Il proseguimento dell’opera di Boris Giuliano

Il testimone di Boris Giuliano è stato raccolto dal figlio Alessandro, anch’egli funzionario della Polizia di Stato e valente investigatore, che ha recentemente scoperto ed arrestato il presunto serial killer di Padova, Michele Profeta.

Bibliografia su Boris Giuliano

* Saverio Lodato e Marco Travaglio, INTOCCABILI. Perché la mafia è al potere. Dai processi Andreotti, Dell’Utri & C. alla normalizzazione. Le verità occultate sui complici di Cosa Nostra nella politica e nello Stato. Introduzione di Paolo Sylos Labini. ,KM LòFGMLBòKCMVBLòKMCVòLKBMòLCVLKMBLCKV(BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2005, ISBN 88-17-00537-1). I riferimenti a Boris Giuliano sono nelle pagine 41-42.


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